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Novità sulle certificazioni BRC e IFS per i mercati europei

Calo drastico della domanda dei beni di consumo, diminuzione del potere di acquisto, recessione, sono gli scenari che spaventano le aziende alimentari italiane. La stagnazione della domanda interna spinge quindi i produttori ad affacciarsi verso mercati più redditizi e affidabili come quello nord-europeo. Molto spesso la possibilità di aprirsi a questi canali viene data dalle grandi catene di distribuzione, con due opzioni: vendere con proprio marchio oppure con quello del distributore stesso. Avete presente i vari prodotti alimentari con il marchio della catena di Distribuzione? Si chiamano Private Label (Marca Privata) e sono prodotti realizzati da aziende che hanno molto spesso dei loro marchi, anche noti, ma producono e confezionano a nome della Catena di Distribuzione. Come vengono scelti i fornitori che producono per le grandi catene? Con delle procedure basate sui protocolli BRC e IFS. In Italia hanno cominciato Coop ed Esselunga seguiti a ruota dalle altre catene. Il fenomeno è nato però nei paesi anglosassoni con i colossi Tesco, Auchan, Carrefour ecc. i quali hanno legato i prodotti alla fiducia verso il rispettivo marchio, come sinonimo di garanzia. Al fine di ottenere realmente questa garanzia hanno quindi sviluppato dei sistemi di controllo nei confronti di queste aziende produttrici, in pratica loro fornitori. Il BRC o l’IFS (o anche la ISO 22000) sono quindi dei protocolli attraverso i quali vengono applicate e verificate sia le disposizioni di legge in materia di sicurezza alimentare, rintracciabilità e controllo, ma soprattutto sono uno strumento manageriale per la gestione della lavorazione, dello stabilimento e del personale. Dal 2012 entra in vigore la versione 6 del BRC con delle sostanziali novità, alle quali seguiranno anche quelle della IFS. Innanzitutto gli Audit o ispezioni potranno essere anche non annunciati, cioè a sorpresa, a scelta dell’azienda, che in quel caso avrà un punteggio A+ o B+. La versione 6 prescrive agli Auditor di dedicare molto più tempo all’ispezione delle operazioni di lavoro, intervistando il personale. Inoltre, tutti i prodotti e i processi realizzati all’interno del sito ispezionato non possono più essere esclusi dalla certificazione (a meno che non si tratta di prodotti con fatturato marginale).

I prodotti commercializzati, cioè realizzati da terzi, non possono essere certificati. Difatti, si è chiarito un dubbio che riguardava le aziende di commercializzazione (come appunto i marchi del Distributore) che non possono certificarsi BRC o IFS, ma devono richiedere invece tale certificazione ai fornitori che per loro realizzano i prodotti! Inoltre gli audit potranno essere effettuati in più siti produttivi (se distanziano entro i 50 Km), quindi anche nel caso vi siano aziende che hanno una sede centrale amministrative e diversi siti di lavorazione. Anche le aziende dei Paesi in via di sviluppo (extra europei) possono certificarsi BRC o IFS, anche se, dove non vi siano ancora tutti i requisiti legislativi richiesti dalla Comunità Europea, è possibile essere inseriti negli elenchi delle aziende certificate BRC, ma senza ricevere un punteggio. Questo appunto nella logica manageriale di questi protocolli, che mirano non per forza alla conformità totale subito, ma al miglioramento continuo, con una pianificazione pluriannuale degli obiettivi e degli step da raggiungere. Il BRC, diversamente dalle norme ISO, è uno standard molto preciso, è in pratica una Check-List di 260 requisiti che l’azienda deve possedere per poter fornire garanzie di rispetto normativo, qualità e sicurezza igienica. In pratica il BRC ti dice chiaramente “cosa devi fare” per raggiungere lo standard, e se applichi correttamente questo schema, con dei controlli effettuati internamente o con l’aiuto di consulenti esterni, è molto improbabile che si verifichino non conformità sul prodotto e deviazioni dalle norme di legge e sui capitolati di qualità stipulati con i clienti.

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